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“FOTOGRAFIA: GIOVANI CON UNA PASSIONE PIU’ GRANDE DI LORO”

Antonio Aprile e Niccolò Frondibue i protagonisti di questa storia.

Antonio Aprile e Niccolò Frondibue sono due giovani fotografi accomunati da una forte passione per la fotografia e il motorsport. Entrambi hanno deciso di rivoluzionare la propria vita, lasciandosi alle spalle percorsi tradizionali per tuffarsi a capofitto in questo mondo affascinante, con l’obiettivo di trasformare il loro amore per le immagini in una vera carriera professionale. Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con loro, scoprendo le loro storie fin dagli esordi, e offrendo così al pubblico l’opportunità di conoscere questi talenti emergenti, pronti a lasciare il segno nel panorama fotografico legato al motorsport.


ANTONIO:

Mi chiamo Antonio Aprile, ho 23 anni e vengo da Modica, in provincia di Ragusa. Da un paio d’anni vivo a Milano, dove ho deciso di trasferirmi per inseguire la mia passione per il motorsport attraverso la fotografia. Ho scelto Milano soprattutto per le maggiori opportunità e per gli sbocchi lavorativi che questa città offre rispetto alla mia terra d’origine. Anche se in Sicilia il motorsport ha una presenza, non è paragonabile a quella del Nord Italia, dove tutto è molto più sviluppato e vivo.


NICCOLÒ:

Mi chiamo Niccolò, ho 29 anni e, anche se suona assurdo, mi sento già pronto per la pensione… almeno la mia schiena lo pensa, dopo anni passati con uno zaino carico di attrezzatura fotografica sempre addosso.


COM’È NATA LA TUA PASSIONE PER IL MOTORSPORT? È UNA COSA DI FAMIGLIA O È SBOCCIATA DA ZERO?


ANTONIO:

La passione, in parte, mi arriva dalla famiglia. Mio padre era un grande appassionato della vecchia Formula 1 e ancora oggi mia madre mi racconta che quando ero nel suo grembo, ogni volta che in casa si guardava una gara e si sentivano i motori, io iniziavo a scalciare, come se fossi già coinvolto da lì. Forse è destino, perché amo profondamente il rombo dei motori V10 aspirati dell’era Schumacher — quel suono è davvero impareggiabile.


NICCOLÒ:

Scatto foto da quando ero bambino, grazie a mio nonno che mi ha trasmesso la passione per la fotografia e i motori. Non ho mai studiato fotografia in modo accademico, ma ho imparato sul campo, macchina fotografica alla mano.

All’inizio era solo un passatempo, tra vacanze e uscite con gli amici. Poi, dopo gli studi in design e moda, tutto ha preso una direzione diversa: oggi la fotografia è diventata il mio lavoro.


RACCONTACI UN PO’ LA TUA STORIA: COSA TI HA SPINTO A SCEGLIERE QUESTO LAVORO? E COM’È STATO PARTIRE COSÌ GIOVANE, LASCIARE CASA, TRASFERIRTI IN UNA CITTÀ LONTANA? VORREMO CONOSCERE ANCHE IL TUO PERCORSO PERCORSO PROFESSIONALE?


ANTONIO:

Proprio vicino a casa mia si svolgevano le cronoscalate, e fin da piccolo ricordo il rombo dei motori che si faceva sentire mentre le auto si scaldavano. La casa di mia nonna si trova addirittura all’interno del tracciato, quindi quando c’era gara e sentivo le macchine già all’alba, correvo a convincere i miei genitori a portarmi sul campo gara. Col tempo, ho iniziato a cercare un modo per entrare davvero in questo mondo. Mio padre, che è fotografo, ha fatto scattare in me un’ulteriore scintilla: ho unito la passione per i motori a quella per la fotografia, specializzandomi nell’automotive. Da lì, quasi per caso, è nata l’idea di trasferirmi a Milano e di provare a stabilizzarmi professionalmente in questo settore.


NICCOLÒ:

Dopo il diploma ho studiato design e poi moda, ma presto ho capito che quell’ambiente non faceva per me: troppo competitivo, troppo costruito. Anche se apprezzavo il lavoro, non mi svegliavo più con entusiasmo.

Durante un periodo di transizione, parlando con il mio migliore amico — appassionato di Alfa Romeo e fotografo per lavoro in ambito archeologico — abbiamo deciso di visitare il museo Alfa ad Arese. Mi sono portato dietro la macchina fotografica e, scattando tra quelle auto, ho riscoperto qualcosa. Quando gli ho mostrato le foto, mi ha detto: “Hai davvero l’occhio.”

È stato lui a suggerirmi di aprire una pagina Instagram, solo per gioco. Così, nel 2021, è iniziato tutto. All’inizio andava a rilento, ma già vedere 20-30 persone mettere like mi ha dato una spinta enorme. Da lì, ho capito che forse quella passione poteva diventare qualcosa di più.


SOPRATTUTTO PER UNA PERSONA CHE NON HA MAI STUDIATO FOTOGRAFIA ED E’ ANCHE LA PRIMA VOLTA CHE SI ESPONE ANCHE AL PUBBLICO.


NICCOLÒ:

Non sono mai stato uno a cui piace mettersi in mostra. Sono piuttosto riservato, e all’inizio l’idea di condividere le mie foto mi metteva ansia. Pensavo: “Piaceranno? Interessano davvero a qualcuno?”. Ma era estate, avevo tempo libero e ho deciso di provarci. Ho iniziato a pubblicare i miei primi scatti, quasi in punta di piedi. E, a sorpresa, i feedback erano positivi. Così ho cominciato a girare eventi: il MI.MO, qualche giornata in pista, il Fuori Concorso a Como. Scattavo, sistemavo le foto, le caricavo.

Poco a poco, la pagina ha iniziato a crescere. Niente numeri da influencer, ma ogni piccolo traguardo era una conquista. Quando ho raggiunto 100 follower, ero gasatissimo: cento persone reali che apprezzavano il mio lavoro. A quel punto ho preso una decisione: concedermi un anno per provarci sul serio. Se andava male, amen. Ma almeno ci avrei provato.

La svolta è arrivata nel 2022, alla Milano AutoClassica. Mi sono presentato allo stand di Aston Martin Milano e ho chiesto, un po’ tremando: “Posso scattare due foto?”. Non avevo l’aspetto del fotografo navigato, ma la marketing manager ha deciso di fidarsi. Ho scattato, editato e inviato tutto al volo. Poco dopo mi ha scritto, sorpresa: “Ah però! Non me l’aspettavo”. E mi ha lasciato il suo numero: “Sentiamoci, potremmo avere bisogno”.

Una settimana dopo è arrivata la chiamata: uno shooting ufficiale per Aston Martin con una modella e alcune auto nuove. Le foto sono piaciute, sono state pubblicate, e lì ho capito che forse sì, potevo davvero farne un lavoro. Avevo appena aperto partita IVA, e quel primo incarico è stato l’inizio di tutto.

Da allora, collaboro ancora con Aston Martin, ma anche con Lamborghini Milano e Bergamo, e presto anche con Aston Martin Verona. Il tutto è nato da una foto, da un “perché no”, e dalla voglia di provarci. Rispetto ad altri ambienti dove avevo lavorato prima, come design e moda, qui nel motorsport ho trovato persone vere: disponibili, umili, persino tra i clienti più facoltosi. Uno dei piloti che seguo, ad esempio, ha poco più di vent’anni eppure è sempre gentile, ti scrive, ti ringrazia.

Questo lavoro mi ha regalato tanto: opportunità, incontri, soddisfazioni. Ma soprattutto, mi ha fatto sentire finalmente nel posto giusto. Non so dove mi porterà, ma so che ho fatto bene a provarci.


MOLTO CONTENTA SOPRATTUTTO CHE ANCHE COME PRIMA ESPERIENZA SEI RIUSCITO A ENTRARE IN UN MONDO COSì IMPORTANTE COME PUO’ ESSERE ASTON MARTIN.

Sì, non me lo aspettavo.


QUANDO HAI DECISO DI TRASFORMARE QUESTA PASSIONE IN UN LAVORO, AVEVI GIÀ QUALCHE BASE GRAZIE ALLA TUA FAMIGLIA? OPPURE TI SEI ISPIRATO A QUALCHE FOTOGRAFO IN PARTICOLARE? O MAGARI HAI SENTITO QUESTA STRADA COME QUALCOSA DI MOLTO PERSONALE, CHE STAI COSTRUENDO SEGUENDO SOLO TE STESSO, PUNTANDO A FARTI UN NOME TUO?


ANTONIO:

La mia storia con la fotografia è nata un po’ per caso. Ho iniziato con la fotografia automotive, ma non nel mondo del motorsport, piuttosto immortalando raduni o auto stradali.

Poi, un giorno, sono capitato per caso al circuito di Monza. Appena entrato ho pensato “Wow!”. È stato un colpo di fulmine con una fotografia più dinamica, fatta di azione pura.

Da quel momento è scattata una vera e propria malattia: quella di cercare sempre lo scatto più adrenalinico, la foto che riesca a catturare tutta la tensione e la velocità della gara.


NICCOLÒ:

All’inizio, la mia fotografia era tecnicamente corretta, ma mancava di personalità. Sapevo come gestire esposizione, diaframma, composizione… ma gli scatti erano ancora “casalinghi”, simili a quelli delle vacanze in famiglia: belli, sì, ma senza quel guizzo capace di lasciare il segno.

Col tempo, sperimentando e osservando, ho iniziato a sviluppare un gusto più preciso. Mi sono innamorato di quelle foto che non capisci subito, ma che ti restano dentro. Quelle dove serve uno sguardo in più per cogliere il dettaglio nascosto, magari un’auto riflessa in un angolo minuscolo dell’inquadratura. Sono immagini che ti sorprendono, ti spiazzano, e a me fanno impazzire.

Ci sono fotografi che per me sono veri riferimenti. Il primo è Camden Thrasher, americano, con uno stile folle e visionario. Si divide tra motorsport e aviazione militare, e ogni suo scatto è una sorpresa. Poi ci sono Antoine e Gregoire Truchet, fotografi personali rispettivamente di Leclerc e Gasly: eleganti, precisi, con una narrazione visiva potentissima. Infine, MCZ Photo, specializzati in Dakar e ambienti estremi, capaci di catturare la fatica e il dinamismo della gara in ogni granello di sabbia. Ce ne sarebbero tanti altri da nominare, ma questi sono quelli che, ogni volta che li guardo, mi ricordano dove voglio arrivare.


MENTRE VI ASCOLTAVO MI È VENUTA IN MENTE UNA COSA: QUANDO È ARRIVATA LA PRIMA PROPOSTA DI LAVORO CONCRETA? QUEL MOMENTO IN CUI IL SOGNO DI TRASFORMARE LA PASSIONE È DIVENTATO REALTÀ, QUANDO MAGARI UN PILOTA O QUALCUNO DEL MONDO MOTORSPORT TI HA CONTATTATO PER UNA COLLABORAZIONE. RACCONTACI UN PO’.


ANTONIO:

La mia prima vera proposta di lavoro è arrivata nel mondo del drifting. È successo quasi per caso: avevo rotto la pompa della benzina della mia macchina e, cercando un meccanico, ho conosciuto Riccardo Tonali — che, tra l’altro, è stato vicecampione italiano 2022 nel Campionato Italiano Drifting. Parlando, ha scoperto che facevo foto e, dopo aver visto i miei scatti, mi ha detto: “Wow, fai davvero delle belle foto, vieni a seguirmi!”. Così è iniziata la mia prima collaborazione nel motorsport. Da lì, il passo verso altri campionati è stato naturale: sono arrivato alla Formula 4 e oggi seguo regolarmente sia il Campionato Italiano GT Sprint che il GT Endurance.


IL TUO SOGNO NEL CASSETTO QUAL’E’?


ANTONIO:

L’obiettivo, chiaramente, è arrivare un giorno a fotografare la gara regina: la Formula Uno.

Ma oltre al traguardo professionale, c’è anche un obiettivo più personale: imparare a padroneggiare completamente la mia mente. Voglio riuscire a trasformare ogni idea, ogni visione che mi viene in mente, in uno scatto o in un video che la rappresenti al meglio. Il mio sogno è costruire uno stile riconoscibile, unico, che parli di me — diverso da tutto il resto.


NICCOLÒ:

Oggi lavoro con brand importanti, seguo gare, shooting ed eventi, ma il sogno vero è ancora lì, ben presente: riuscire a vivere completamente di fotografia nel motorsport. Per ora ci sto lavorando, passo dopo passo. Ho iniziato con attrezzatura base — il mio primo kit è costato 150 euro in tutto — ma so che per crescere servono investimenti, dedizione e tempo. Il traguardo? Rendere questa passione la mia unica occupazione stabile, migliorare sempre, arrivare a realtà come il WEC, la Formula 1, la Dakar o la 24 Ore di Le Mans. E magari, un giorno, collaborare con un certo marchio della Motor Valley che è da sempre nella mia lista dei sogni. Nel frattempo continuo, una foto alla volta, con tutta la determinazione che ho.


E INVECE, DALL’ALTRA PARTE UN RIMPIANTO CHE HAI?


ANTONIO:

Più che definirlo un rimpianto, lo vedo come un rischio, un azzardo. Lasciare tutto — amici, famiglia, la mia vecchia vita — per inseguire questo sogno, non è stato facile. Ci sono momenti in cui mi chiedo se davvero ne valga la pena e se riuscirò a realizzare tutto ciò per cui sto lottando.

Ma poi penso che, in fondo, almeno ci sto provando. E forse è proprio questo che conta: meglio vivere con il rimpianto di non esserci riuscito, piuttosto che con il rimorso di non averci nemmeno provato.


NICCOLÒ:

Una cosa la so per certa: non voglio vivere di rimpianti. Nel motorsport ogni occasione è unica, e perdersela significa non poterla più recuperare. Per questo cerco sempre di fare quel passo in più, anche se il mio punto debole resta uno: le pubbliche relazioni.

Non sono mai stato bravo a propormi o a cercare contatti, ma so quanto sia importante in questo mondo. Ho visto colleghi trasformare una chiacchierata in una collaborazione. Io, invece, a volte resto troppo in disparte — e lì arriva il rimpianto.

Ci sto lavorando, perché raccontare storie con le immagini è bellissimo, ma per farlo… prima bisogna avere l’occasione. E spesso, l’occasione nasce da una semplice conversazione.


QUANTO TEMPO PORTA VIA QUESTO LAVORO? O COMUNQUE IN GENERALE AL DI FUORI DA DELLA PISTA, QUANTO TEMPO OCCUPA?


ANTONIO:

Tutto è iniziato quasi per gioco, con molta calma, senza pressioni. Ma oggi è tutta un’altra storia: ormai è un lavoro a tempo pieno.

Oltre a seguire diversi campionati in pista, collaboro anche con aziende legate al mondo del motorsport, quindi il mio impegno va ben oltre il weekend di gara. È diventata una vera e propria professione, dentro e fuori dai circuiti.


NICCOLÒ:

Se ti organizzi bene, questo lavoro lascia spazio anche per il tempo libero. La mia settimana tipo prevede alcuni giorni dedicati a brand come Lamborghini o Aston Martin, alternati a giornate di shooting ed editing. Nei weekend di gara sono in autodromo da venerdì a domenica, quindi il tempo in trasferta non si perde, anche se il lavoro aumenta. Attualmente riesco ancora a ritagliarmi momenti per uscire, ma so che con più impegni il tempo libero si ridurrà. Alcuni colleghi lavorano a ritmi intensissimi, viaggiando da un evento all’altro senza pause. In fondo, tutto dipende da quanto carico di lavoro accetti e da come lo gestisci.


IN UN WEEKEND DI GARA SEGUI UN SOLO CAMPIONATI O PIU’? E HAI MAI AVUTO ALTRE POSSIBILITÀ IN ALTRI CAMPIONATI, MAGARI ANCHE AL DI FUORI DELLA CERCHIA ITALIANA?


ANTONIO:

Ho avuto modo di partecipare anche ad alcune tappe della Cronoscalata della Regione Sicilia, valida per il Campionato Italiano Velocità Montagna. Oltre a questo, ho seguito un paio di eventi del mondo rally e, tra le esperienze più significative, c’è sicuramente quella negli Emirati Arabi: grazie alla pilota Sara Fruncillo, ho avuto l’opportunità di volare a Dubai per seguirla durante le qualifiche della Formula Woman Series.


NICCOLÒ:

Sì, quindi adesso seguo principalmente il Campionato Italiano Gran Turismo Endurance, dove lavoro con due piloti — anzi, forse tre, stiamo ancora cercando di chiudere per il terzo.L’anno scorso ho seguito il Ferrari Challenge e collaboro con alcuni importanti clienti Ferrari, soprattutto quando partecipano con il loro programma corse clienti, come la Formula 1 XX Program. Il pilota che seguo in questo weekend partecipa anche a queste gare. In più, lavoro con due team nel Carrera Cup Italia. Insomma, quando ci sono weekend di gara, sono praticamente sempre in giro.


SE POTESSI SCEGLIERE UNA CATEGORIA, PREFERIRESTI LE FORMULE, I GT O ALTRE CATEGORIE?


ANTONIO:

Penso che qualsiasi auto con un motore e quattro ruote riesca a farmi emozionare. Ogni mezzo ha il suo fascino. Se però dovessi davvero scegliere tra il mondo delle Formula e quello del Gran Turismo, ammetto che l’unica a superare il GT, per me, è la Formula Uno. Ha qualcosa di unico, inarrivabile.


NICCOLÒ:

A livello fotografico, secondo me le monoposto di Formula sono molto più affascinanti quando piove. L’acqua apre mille possibilità creative: puoi giocare con gli schizzi, le gocce, l’effetto bagnato sulla pista e sulle vetture. E poi, essendo macchine aperte, puoi catturare dettagli unici, come il casco del pilota o le mani che girano il volante. C’è molto più movimento, più gioco.

Le GT, invece, sono macchine chiuse, e quando sei in pista non vedi mai davvero il pilota, cosa che invece con le Formula puoi fare facilmente. Questo è uno dei motivi per cui preferisco fotografare le monoposto in gara rispetto alle GT. Però, le GT hanno il loro punto forte soprattutto nel pit stop: rifornimenti, cambio gomme, cambio pilota... lì succedono tantissime cose che sono uno spettacolo da fotografare. Vedere i meccanici al lavoro, quello che smonta la gomma, l’altro che stringe i bulloni con la pistola… sono momenti intensi e pieni di dinamismo. Sono delle immagini che adoro. Le Formula, invece, sono molto belle da fotografare in condizioni particolari: sotto la pioggia, di notte, quando la luce e l’atmosfera creano scenari davvero spettacolari. Detto questo, non riesco proprio a scegliere tra le due. È come dover scegliere tra mamma e papà, non ci riesco. Dipende dalle situazioni, dal momento. Ognuna ha il suo fascino unico.


E ALTRE GARE REGINE COME POTREBBE ESSERE UN WEC O UNA 24 ORE?


ANTONIO:

Chiaramente, direi di sì: al di sopra del Gran Turismo ci sono il WEC e, naturalmente, la Formula Uno. Per me, questi rappresentano i veri step da inseguire, i traguardi che sogno di raggiungere e trasformare in realtà.


NICCOLÒ:

Il WEC è davvero speciale: anche se in pista non si vede il pilota, le hypercar rappresentano una categoria unica, con design sempre più curati e spettacolari, come l’Alpine con il suo dettaglio distintivo. Pur amando la Formula 1, trovo il WEC, soprattutto la 24 Ore di Le Mans, molto più avvincente da seguire, soprattutto in TV, perché c’è sempre qualcosa di interessante in azione. Fotograficamente, però, non riesco a scegliere tra i due mondi: sono simili ma con fascini diversi, e per me entrambi meritano.


QUINDI POSSIAMO DIRE CHE QUANDO PIOVE SONO LE FORMULE A OFFRIRE GLI SCATTI MIGLIORI, MENTRE DI NOTTE IL WEC DÀ DAVVERO IL MRGLIO DI SÈ. NEI GIORNI DI SOLE, INVECE, O DURANTE MOMENTI COME I CAMBI PILOTA, I RIFORNIMENTI E PIT STOP, LE GT SONO PERFETTE PER LE FOTO. PERÒ, QUANDO C’È DA FOTOGRAFARE, TU NON TI TIRI INDIETRO: FOTOGRAFI TUTTO E TUTTI!


NICCOLÒ:

Sì, sì, tutto! Qualsiasi cosa si muova su quattro ruote, fotografo tutto! O anche su due, eh. Non ho mai sperimentato, ma prima o poi magari!

 
 
 

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